Cina: ambiente e povertà per misurare la qualità della vita

19 agosto 2014
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china-construction-tower_sha1182_37329161Secondo il Financial Times, quest’anno la Cina supererà gli Stati Uniti come prima potenza economica. Il Pil della Cina (calcolato a parità di potere d’acquisto) nel 2014 sarà maggiore di quello degli Usa, da quasi 150 anni prima potenza mondiale. Soltanto nel 2005, secondo la Banca Mondiale, il Pil cinese valeva la metà di quello statunitense. Eppure proprio dalla Cina, sempre secondo il Financial Times, arrivano i primi segnali concreti di una strategia che si lascia alle spalle la crescita economica ad ogni costo per incoraggiare una migliore qualità della vita. Che la ricchezza non basti a misurare il benessere non è una novità, né lo sono vari tentativi nel mondo di sostituire il Pil con altre misurazioni, come quella della felicità scelta dal Bhutan. Ma è significativo che sia ora la Cina a muoversi, con oltre 70 città e distretti che hanno abbandonato il Prodotto interno lordo come misura di performance locale. I vertici del partito l’hanno stabilito alla fine dell’anno scorso e il premier Xi Jinping l’ha ribadito in giugno: “Non possiamo più usare il semplice Pil per decidere chi sono i più bravi”. I funzionari governativi stanno assimilando il contrordine: ora chiedono l’attenzione all’ambiente e la riduzione della povertà, proprio mentre l’Ocse progetta di sostituire il Pil con il suo Better Life Index.  L’esempio viene da Fujian, provincia costiera finora concentrata sulla movimentazione delle esportazioni e il manifatturiero, che in agosto ha annunciato di sostituire il Pil con indici sull’agricoltura e la protezione dell’ambiente in 34 dei suoi distretti. Nei mesi scorsi è stata la volta di Hebei, distretto siderurgico a nord di Pechino, e Ningxia, regione povera del nord est della Cina. A Hebei l’obiettivo è ora quello di ridurre le fabbriche inquinanti che impattano anche su Pechino. Le aree di Guangxi, Guangdong e Jiangxi hanno a loro volta rallentato la corsa alla crescita del Pil e incoraggiano terziario e primario, con servizi, allevamenti e trasformazione non industriale dei suoi prodotti. Nella provincia del Sichuan, la più popolata della Cina, il governo locale ha diviso città e campagne in due differenti gruppi di valutazione. Il regolamento, pubblicato a fine giugno, spiega che 58 distretti con buoni eco-sistemi sono stati esentati dalla valutazione del Pil. Le prossime valutazioni del progresso locale verranno fatte su due parametri: la misurazione degli acri di foresta conservati e quella della diminuzione del tasso di povertà conseguita. Nel frattempo, la regione del Xinjiang ha cambiato obiettivi: protezione della natura anche lì. E la stessa Pechino ora si vanta di aver chiuso nel primo semestre dell’anno ben 213 aziende inquinanti. In più, settori “puliti” come tecnologia informatica e servizi finanziari hanno coperto più del 50% della crescita del Pil cittadino. Allo studio anche un piano di lotta alla povertà e per lo sviluppo rurale, con l’obiettivo di ridurla a zero entro il 2020, mentre la Agricultural University di Hebei lavora su povertà e turismo.

 

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