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Parigi 2015: verso un’economia a basso contenuto di carbonio

21 dicembre 2015

paris-climate-change-talks-protest-rally-520x330La data del 12 dicembre 2015 è destinata ad entrare nella storia delle politiche a favore dell’ambiente. L’approvazione dell’Accordo di Parigi, storico accordo sul clima, potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova era a basso contenuto di carbonio, frutto di una vera e propria rivoluzione energetica, destinata a mettere in secondo piano le fonti fossili. Nel prossimo futuro dovremmo quindi assistere a uno sviluppo massiccio delle fonti rinnovabili e a nuove modalità di utilizzo dell’energia. Il valore principale dell’accordo sta nel fatto che per la prima volta nella storia tutti i Paesi del mondo (195 i Paesi firmatari) hanno deciso di muoversi insieme verso la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra per mantenere l’innalzamento della temperatura del pianeta “ben al di sotto” dei 2°C, cercando di rispettare la soglia di 1,5°C. E per ottenere questo risultato hanno condiviso la necessità di raggiungere il picco delle emissioni prima possibile, per intraprendere poi un percorso continuo di riduzione delle emissioni globali. Prima di Parigi il mondo era diviso, sulla questione, tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo. Una ripartizione netta che non ha più senso di fronte a problemi, come il cambiamento del clima globale, che potrebbero mettere in ginocchio l’economia dell’intero pianeta.parigi4gZ8Qj2 L’accordo di Parigi chiede a tutti i Paesi di assumere impegni di riduzione dei gas serra su base volontaria, con contributi determinati a livello nazionale sulla base delle proprie capacità. Tali impegni verranno rivisti su base quinquennale per eliminare il ritardo accumulato che, al momento, porta il mondo dritto alla prospettiva di un futuro con un innalzamento della temperatura pari a 2,7°C. Già nel 2018 verrà aperto un confronto per capire come chiudere il gap. Ridurre le emissioni vuol dire anche applicare nuove tecnologie e avere la disponibilità economica per farlo. Per i Paesi più poveri l’accordo prevede meccanismi in grado di facilitare il trasferimento di tecnologie pulite e conferma ed estende il supporto finanziario già previsto a Copenaghen nel 2009. Oltre ai 100 miliardi all’anno entro il 2020 dovranno essere previsti ulteriori aiuti per gli anni futuri. Per dare credibilità a un accordo globale è però anche necessario assicurare meccanismi trasparenti di controllo in grado di verificare che gli impegni presi siano poi realmente attuati. Questo è stato un nodo particolarmente critico. Molti sono i dettagli tecnici interessanti dell’accordo, ma vale forse la pena di soffermarsi in particolare su uno, che ha visto continue modifiche nelle diverse versioni. Si tratta del riconoscimento della necessità di arrivare al massimo nella seconda parte del secolo ad un’economia a emissioni zero di carbonio. Ciò era richiesto in modo esplicito nella prima bozza dell’accordo, per essere poi mutato in una non ben definita carbon neutrality nella seconda. Il concetto è invece completamente sparito nell’ultima versione, sembra per pressioni dei Paesi produttori di petrolio. In compenso nella versione finale è stata invece affermata l’importanza di introdurre un prezzo alla CO2, probabile stimolo per una maggiore diffusione in futuro di una carbon tax2015-12-12-1449947584-3194962-22988498043_17711337e7_zParigi è stata un successo per l’Unione Europea, troppo spesso additata in passato per un comportamento eccessivamente timido. Lasciata addirittura nell’angolo ai tempi di Copenhagen, l’UE è riuscita a creare un’alleanza, l’High Ambition Group, con i Paesi più deboli di quelli in via di sviluppo, con l’intento di togliere la sabbia sotto i piedi a Cina e India nel blocco del G77. Il nuovo gruppo si è consolidato attorno alla volontà di incrementare il livello di ambizione dell’accordo e a Parigi è poi riuscito ad ottenere la partecipazione di USA, Brasile, Canada e Australia. Un grosso blocco di Paesi sviluppati e in via di sviluppo che ha fatto la differenza e ha facilitato la costruzione dell’accordo finale.