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Ma come ci andiamo verso la low carbon economy? In macchina?

21 dicembre 2015

climate-change-carsPur riconoscendo la portata storica dell’accordo di Parigi sul clima, viene da chiedersi: ma come ci andiamo verso la carbon neutrality, o verso la meno ambiziosa low-carbon economy, se non affrontiamo il tema del futuro dell’automobile? Perchè il tema è uno solo: se facciamo sul serio nel voler ridurre le emissioni di carbonio, è necessario far cessare la circolazione dei veicoli alimentati con fonti fossili. Si potrebbe rispondere che la soluzione è l’auto elettrica, ma è indispensabile guardare alle previsioni del settore.  Il numero delle automobili in circolazione nel mondo raddoppierà da qui al 2030, raggiungendo, a quella data, la cifra davvero inquietante di 2 miliardi di veicoli a motore in circolazione.  cars 1 trafficEd è molto probabile che la maggior parte dei futuri veicoli sarà ancora alimentata a gasolio o diesel, cioè continuerà a produrre gas serra. Il motivo di ciò dipende dal fatto che l’aumento dei veicoli in circolazione sarà generato soprattutto dalla nuova domanda in espansione dei consumatori cinesi e indiani. Come dotare quelle geografie delle necessarie reti di ricarica dei veicoli elettrici per far sparire le auto alimentate a fonti fossili? E poi: nei prossimi anni, la maggior parte dell’elettricità prodotta in Cina e India deriverà da centrali a carbone. Insomma è un vero rompicapo. Sullo sfondo un dato per tutti: il 95% della rete mondiale dei trasporti è ancora sostenuta dal petrolio, la principale fonte di emissioni di carbonio.  Circa i tre-quarti del totale delle emissioni di carbonio proviene dai veicoli a motore. Che fare?

Parigi 2015: verso un’economia a basso contenuto di carbonio

21 dicembre 2015

paris-climate-change-talks-protest-rally-520x330La data del 12 dicembre 2015 è destinata ad entrare nella storia delle politiche a favore dell’ambiente. L’approvazione dell’Accordo di Parigi, storico accordo sul clima, potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova era a basso contenuto di carbonio, frutto di una vera e propria rivoluzione energetica, destinata a mettere in secondo piano le fonti fossili. Nel prossimo futuro dovremmo quindi assistere a uno sviluppo massiccio delle fonti rinnovabili e a nuove modalità di utilizzo dell’energia. Il valore principale dell’accordo sta nel fatto che per la prima volta nella storia tutti i Paesi del mondo (195 i Paesi firmatari) hanno deciso di muoversi insieme verso la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra per mantenere l’innalzamento della temperatura del pianeta “ben al di sotto” dei 2°C, cercando di rispettare la soglia di 1,5°C. E per ottenere questo risultato hanno condiviso la necessità di raggiungere il picco delle emissioni prima possibile, per intraprendere poi un percorso continuo di riduzione delle emissioni globali. Prima di Parigi il mondo era diviso, sulla questione, tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo. Una ripartizione netta che non ha più senso di fronte a problemi, come il cambiamento del clima globale, che potrebbero mettere in ginocchio l’economia dell’intero pianeta.parigi4gZ8Qj2 L’accordo di Parigi chiede a tutti i Paesi di assumere impegni di riduzione dei gas serra su base volontaria, con contributi determinati a livello nazionale sulla base delle proprie capacità. Tali impegni verranno rivisti su base quinquennale per eliminare il ritardo accumulato che, al momento, porta il mondo dritto alla prospettiva di un futuro con un innalzamento della temperatura pari a 2,7°C. Già nel 2018 verrà aperto un confronto per capire come chiudere il gap. Ridurre le emissioni vuol dire anche applicare nuove tecnologie e avere la disponibilità economica per farlo. Per i Paesi più poveri l’accordo prevede meccanismi in grado di facilitare il trasferimento di tecnologie pulite e conferma ed estende il supporto finanziario già previsto a Copenaghen nel 2009. Oltre ai 100 miliardi all’anno entro il 2020 dovranno essere previsti ulteriori aiuti per gli anni futuri. Per dare credibilità a un accordo globale è però anche necessario assicurare meccanismi trasparenti di controllo in grado di verificare che gli impegni presi siano poi realmente attuati. Questo è stato un nodo particolarmente critico. Molti sono i dettagli tecnici interessanti dell’accordo, ma vale forse la pena di soffermarsi in particolare su uno, che ha visto continue modifiche nelle diverse versioni. Si tratta del riconoscimento della necessità di arrivare al massimo nella seconda parte del secolo ad un’economia a emissioni zero di carbonio. Ciò era richiesto in modo esplicito nella prima bozza dell’accordo, per essere poi mutato in una non ben definita carbon neutrality nella seconda. Il concetto è invece completamente sparito nell’ultima versione, sembra per pressioni dei Paesi produttori di petrolio. In compenso nella versione finale è stata invece affermata l’importanza di introdurre un prezzo alla CO2, probabile stimolo per una maggiore diffusione in futuro di una carbon tax2015-12-12-1449947584-3194962-22988498043_17711337e7_zParigi è stata un successo per l’Unione Europea, troppo spesso additata in passato per un comportamento eccessivamente timido. Lasciata addirittura nell’angolo ai tempi di Copenhagen, l’UE è riuscita a creare un’alleanza, l’High Ambition Group, con i Paesi più deboli di quelli in via di sviluppo, con l’intento di togliere la sabbia sotto i piedi a Cina e India nel blocco del G77. Il nuovo gruppo si è consolidato attorno alla volontà di incrementare il livello di ambizione dell’accordo e a Parigi è poi riuscito ad ottenere la partecipazione di USA, Brasile, Canada e Australia. Un grosso blocco di Paesi sviluppati e in via di sviluppo che ha fatto la differenza e ha facilitato la costruzione dell’accordo finale.

 

 

Inquinamento dell’aria in Europa: peggio di quanto pensiamo

7 dicembre 2015

smog-in-citta-2Mentre è in corso a Parigi la Conferenza sul Clima, forse la più cruciale dall’inizio del percorso nel lontano 1992, alcuni dati sullo stato dell’inquinamento atmosferico in Europa sollevano un nuovo e preoccupante allarme. Certamente l’aria in Europa non è oggi aggressiva come lo era una volta, e lo è sicuramente molto meno che in Cina o in India. Il declino industriale e le politiche per l’aria pulita avviate a partire dagli anni ’50 hanno abbassato molto, negli ultimi decenni, i livelli di alcuni inquinanti come il diossido di zolfo, le polveri sottili e l’ossido di azoto. Eppure, secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, ancora più 400mila Europei muoiono prematuramente ogni anno a causa dell’inquinamento atmosferico. Nel 2010, i costi sanitari connessi con i danni alla salute da inquinamento atmosferico sono stati stimati tra 330 e 940 miliardi di euro, una quota che oscilla tra il 3% e il 7% del PIL europeo. Nove su dieci Europei residenti in città sono esposti a tassi di inquinamento superiori ai livelli di guardia indicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. I livelli più alti di biossido di azoto sono registrati a Londra. Alcune città turche sono al top per i livelli di PM10. Ma i livelli peggiori di inquinamento atmosferico si registrano in Est Europa, dove sono ancora attive centrali a carbone e dove si convogliano alcuni flussi di inquinamento provenienti da altri Paesi europei.

Negli anni ’50 l’inquinamento dell’aria era un killer visibile, tangibile. Il grande smog londinese del 1952 ha fatto la storia. Per trovare la strada di casa, i londinesi dovevano attaccarsi alle ringhiere. Migliaia di morti hanno spinto la politica ad approvare il Clean Air Act nel 1956. Negli anni ’70 le piogge acide hanno rappresentato un altro fenomeno tangibile capace di generare contro-misure politiche e legislative. Ma oggi l’inquinamento dell’aria è quasi invisibile e non è quindi un tema di particolare attenzione politica. In alcuni casi le misure per l’abbattimento dei gas serra hanno prodotto effetti negativi per lo stato dell’ambiente atmosferico. Così è per i veicoli diesel: emettono meno CO2, ma producono emissioni dannose per l’aria, a volte anche più di quanto i test lasciano intendere, come mostra il caso Volkswagen. L’altro problema riguarda l’agricoltura. Le emissioni di ammoniaca da questo settore producono particolato, cioè polveri sottili, ma c’è una forte resistenza ad applicare normative stringenti agli agricoltori.

Insomma, mentre resta alta l’attenzione della politica sull’andamento del clima, non lo è abbastanza sullo stato dell’ambiente atmosferico. La salute dei cittadini europei è a rischio e il problema non è locale, ma globale. Occorre riportare il tema al centro della sensibilità civica e istituzionale. (The Economist, December 5th-11th 2015)