Reykjavic: la città che sta bene con se stessa

24 maggio 2016
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ReykjavikC’è un tesoro vero a Reykjavic, capitale d’Islanda, ed è la sua straordinaria dotazione di vulcani, fanghi termali, geyser, in breve di geotermia. La città ha imparato a farne un uso massiccio ed efficiente, oltre che come fattore di attrattività turistica, anche come fonte principale di energia. La storia dell’impiego della geotermia a Reykjavic inizia nei lontani anni Settanta del Novecento. Oggi più del 70% del fabbisogno energetico dei suoi 120 mila abitanti è garantito da questa straordinaria fonte rinnovabile. E’ sufficiente per  illuminare in modo costante le strade della città, riscaldare le serre che producono la maggioranza della frutta e della verdura coltivate nelle vicinanze e rifornire di acqua calda le molte piscine all’aperto, sfruttate dalla popolazione anche durante i mesi più freddi. Secondo le stime del network C40 Cities Climate Leadership Group, grazie alla geotermia la città ha evitato di emettere nell’atmosfera, dal 1944 a oggi, più di 130 milioni di reikiavik5tonnellate di anidride carbonica, con una media di circa quattro milioni di tonnellate risparmiate ogni anno dal 2006. Un’altra quota considerevole dell’elettricità consumata in tutta la nazione (circa il 17%) proviene dalle centrali idroelettriche, mentre l’uso di energie da fonti fossili, utilizzate al 70% per i mezzi di trasporto, è già oggi molto marginale. Eppure, la città punta ancora più in alto:  il suo obiettivo è ridurre le emissioni del 35% rispetto ai livelli del 2007 entro il 2020 e del 73% entro il 2050. Attualmente, ogni casa, luogo pubblico o commerciale è connesso a un sistema di climatizzazione geotermico. Rejkyavic ha costruito la più grande rete di riscaldamento di questo tipo al mondo. Nulla è ovviamente casuale, mentre c’è una forte volontà dell’amministrazione pubblica a favore della sostenibilità urbana all’origine di questo risultato,  come dimostrano gli obiettivi sempre più stringenti di riduzione delle emissioni di gas serra. L’ostacolo principale ai traguardi fissati per il 2050 è al reykjavik3momento il trasporto urbano. Nonostante le sue piccole dimensioni, Reykjavík concentra sul suo territorio due terzi dell’intera popolazione nazionale e la quasi totalità delle facoltà universitarie e delle istituzioni politiche e culturali da cui dipende il resto del Paese. La seconda città, Akureyri, nell’estremo nord, non supera i 20mila abitanti, mentre tutti gli altri centri sono sotto i 5mila, privi di rete ferroviaria e scarsamente serviti dai trasporti pubblici. In questa contesto gli islandesi, soprattutto quando devono uscire dalla capitale, fanno un uso intensivo delle automobili (l’Islanda ha un numero pro capite di macchine tra i più elevati del mondo) e dei collegamenti aerei. Per superare il problema, le autorità locali stanno tentando di incentivare l’uso di mezzi di trasporto alimentati con il biogas, proveniente dalle discariche del Paese. Tra il 2005 e il 2007 il Municipio di Reykjavík ha deciso di aggiornare il parco dei veicoli pubblici, sostituendo buona parte dei bus, dei camion per lo smaltimento dei rifiuti e delle macchine a uso pubblico con veicoli a biometano. Gli incentivi ai privati reykjavic blue lagoonintrodotti nel 2011 hanno fatto il resto. Secondo i dati del programma Intelligent Energy Europe (IEE) della Commissione Europea, l’aggiornamento del parco macchine ha evitato l’immissione nell’atmosfera di più di 1300 tonnellate di CO2 e il consumo di 590mila litri di petrolio. Anche il turismo, una fetta sempre più consistente del bilancio del paese, sta diventando green: l’Islanda intende sfruttare le proprie centrali elettriche innovative anche da questo punto di vista. Insieme alla visita alle fonti calde della Blue Lagoon, uno degli stabilimenti termali più famosi al mondo, si stanno sviluppando infatti percorsi che mostrano ai visitatori il meglio della tecnologia islandese.

 

Francoforte prima in classifica delle città sostenibili

25 aprile 2016
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frankfurt 1Francoforte, 700mila abitanti nel cuore della Germania, grande centro finanziario e importante snodo aeroportuale e ferroviario della mobilità mondiale, è al primo posto nella classifica del Sustainable Cities Index 2015 . E’ stata proprio la sua vivacità, unita alla vivibilità, alla coesione sociale e agli altri standard di rispetto dell’ambiente a farle conquistare la vetta della graduatoria. Pioniera nel campo della sostenibilità e membro della  Climate Alliance between European Cities, Francoforte ha varato le prime misure per green city già all’inizio anni Novanta. I primi dati sulle emissioni di gas serra risalgono al 1987, quando la produzione pro capite era pari a 11,4 tonnellate all’anno. Il dato dovrebbe calare, secondo le previsioni, a quota 5,7 nel 2030 e l’obiettivo finale è quello di non superare le due a testa, continuando con un taglio del 10% ogni cinque anni. Per raggiungere questa meta ambiziosa, l’attuale piano ambientale “100% Climate Protection” stabilisce che entro il 2050 l’intera città dovrà essere alimentata ad energie rinnovabili, provenienti per la maggior parte da centrali locali. Molti investimenti mirano ad aumentare l’efficienza energetica per ridurre la domanda, e i cittadini sono stimolati da incentivi: chi riduce il proprio consumo elettrico di almeno il 10% rispetto all’anno precedente riceve un premio di 20 euro, a cui si aggiungono altri incentivi per ogni chilowattora risparmiato. Contemporaneamente, è stata ampliata la superficie destinata a parchi (più di 40 in tutta la città), laghetti e aree verdi, che coprono ormai ben il 52% del suolo pubblico. Ogni albero di proprietà comunale è registrato e monitorato periodicamente e tutte le informazioni che lo riguardano sono inserite in un database consultabile online. La città vanta anche la più vasta foresta urbana della Germania, con più di 8mila ettari di bosco che formano una cintura verde attorno al centro. Gli interventi più massicci per l’efficientamento energetico hanno riguardato, fino ad ora, l’edilizia pubblica, che è stata sottoposta a una lunga serie di interventi di riqualificazione. Dal 1990 il consumo di elettricità è stato ridotto del 10%, quello dell’energia per il riscaldamento del 36% e il consumo di acqua è crollato del 62%, per un risparmio di più di 15 milioni di euro solo nel 2008. Il perno tecnologico è la passivhaus, edificio passivo, lo standard usato per le nuove costruzioni dalla ABG Frankfurt Holding, la più grande società immobiliare cittadina, a partecipazione pubblica: più di 3500 nuove costruzioni tra uffici, case, scuole, asili e palestre sono stati ideati con un fabbisogno minimo di energia, grazie soprattutto a tecniche di isolamento all’avanguardia. Sui palazzi già esistenti, specialmente se di importanza storica, si agisce invece con interventi mirati, con un miglioramento dell’efficienza attorno al 50%. Il successo è stato tale che è stato persino organizzato una sorta di giro turistico, il KLIMAtour, per far visitare a chiunque fosse interessato, i più bei edifici passivi della città. Tra le molte iniziative per sensibilizzare la popolazione, spicca il programma Cariteam, una serie di corsi di formazione per aiutare i disoccupati a diventare “assistenti energetici”. Corsi sulla stessa tematica sono stati inseriti nel programma delle elementari, dove gli alunni si esercitano a calcolare il proprio consumo di energia e cercano il modo di diminuirlo. Solo nel 2008 nelle 50 scuole coinvolte la riduzione di gas serra è stata di 1400 tonnellate.

Migranti europei

22 febbraio 2016
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alya shomerim-2Delle 30 mila persone che sono immigrate in Israele nel 2015, la maggior parte sono migranti europei: 9.330 sono arrivati dall’Europa occidentale, 7.000 solo dall’Ucraina e in tutto 15.000 dall’Europa dell’est, di cui 6.600 sono di nazionalità russa. L’incremento complessivo rispetto ai dati sull’immigrazione in Israele del 2014 è del 10%. Al primo posto nella classifica dei Paesi di provenienza la Francia con 7.900 migranti. La destinazione più popolare è Tel Aviv, seguita da Netanya, Gerusalemme e Haifa. Circa la metà dei nuovi arrivati ha un’età inferiore ai 30 anni. Il Ministro dell’Immigrazione israeliano, di fronte a un incremento totale dell’immigrazione negli ultimi due anni pari al 50%, ha definito la situazione “una splendida finestra di opportunità”. Ci viene forse offerta una lente nuova per leggere il fenomeno della migrazione dei popoli? Sicuramente è una tendenza che fa riflettere.

Anche gli animali pensano

13 gennaio 2016
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thinking-frogCharles Darwin pensava che le capacità mentali degli animali e degli uomini differissero solo in termini quantitativi e non qualitativi. Era la logica conclusione dell’allora nascente teoria evolutiva. Così nella sua ultima e grande opera, The Expression of Emotions in Man and Animals, ha osservato la gioia, l’amore e il dolore negli uccelli, negli animali domestici e nei primati, così come in diverse razze umane. Ma il punto di vista di Darwin è stato contraddetto da una risalente tradizione di pensiero europea secondo la quale gli animali sono del tutto privi di una “mente”. Tutta colpa di Cartesio, secondo il quale gli esseri umani sono creature dotate di una ragione superiore direttamente connessa con la mente di Dio, mentre gli animali sono pure macchine fatte di carne, una specie di robot viventi che mangiano senza piacere, piangono senza dolore, crescono senza rendersene conto. the-thinking-gorillaInsomma, secondo Cartesio, gli animali non desiderano nulla, non hanno paura di nulla e non conoscono nulla. Sta di fatto che la biologia del ventesimo secolo si è trovata molto più comoda sulla scia di Darwin che su quella di Cartesio. Rompendo molti schemi, nel 1976, Donald Griffin, professore alla Rockefeller University di New York, ha sostenuto che gli animali in realtà sono in grado di pensare e che questa loro capacità può essere sottoposta a verifica scientifica (The Question of Animal Awareness). In generale, negli ultimi 40 anni il consenso scientifico si è orientato ampiamente verso la posizione di Darwin. Oggi la comunità scientifica è per lo più unanime nel riconoscere che gli animali elaborano le informazioni ed esprimono le emozioni con modalità che rivelano una vera e propria consapevolezza mentale. C’è accordo sul fatto che la maggior parte delle specie animali siano dotate di funzioni mentali complesse e che alcune specie abbiano attributi un tempo riferibili solo agli esseri umani, come la capacità di dare un nome agli oggetti o di usare utensili, infine che alcune specie, più circoscritte, abbiano qualcosa in comunque con ciò che nella comunità umana si chiama “cultura”: ad esempio l’attitudine a sviluppare modalità caratteristiche di fare, trasmessa per imitazione. Nessun animale è dotat di tutti gli attributi della mente umana, ma la quasi totalità di questi attributi è riscontrabile in questa o quella specie animale. Molto bene, non ci sentiamo più soli…

 

Ma come ci andiamo verso la low carbon economy? In macchina?

21 dicembre 2015
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climate-change-carsPur riconoscendo la portata storica dell’accordo di Parigi sul clima, viene da chiedersi: ma come ci andiamo verso la carbon neutrality, o verso la meno ambiziosa low-carbon economy, se non affrontiamo il tema del futuro dell’automobile? Perchè il tema è uno solo: se facciamo sul serio nel voler ridurre le emissioni di carbonio, è necessario far cessare la circolazione dei veicoli alimentati con fonti fossili. Si potrebbe rispondere che la soluzione è l’auto elettrica, ma è indispensabile guardare alle previsioni del settore.  Il numero delle automobili in circolazione nel mondo raddoppierà da qui al 2030, raggiungendo, a quella data, la cifra davvero inquietante di 2 miliardi di veicoli a motore in circolazione.  cars 1 trafficEd è molto probabile che la maggior parte dei futuri veicoli sarà ancora alimentata a gasolio o diesel, cioè continuerà a produrre gas serra. Il motivo di ciò dipende dal fatto che l’aumento dei veicoli in circolazione sarà generato soprattutto dalla nuova domanda in espansione dei consumatori cinesi e indiani. Come dotare quelle geografie delle necessarie reti di ricarica dei veicoli elettrici per far sparire le auto alimentate a fonti fossili? E poi: nei prossimi anni, la maggior parte dell’elettricità prodotta in Cina e India deriverà da centrali a carbone. Insomma è un vero rompicapo. Sullo sfondo un dato per tutti: il 95% della rete mondiale dei trasporti è ancora sostenuta dal petrolio, la principale fonte di emissioni di carbonio.  Circa i tre-quarti del totale delle emissioni di carbonio proviene dai veicoli a motore. Che fare?

Parigi 2015: verso un’economia a basso contenuto di carbonio

21 dicembre 2015
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paris-climate-change-talks-protest-rally-520x330La data del 12 dicembre 2015 è destinata ad entrare nella storia delle politiche a favore dell’ambiente. L’approvazione dell’Accordo di Parigi, storico accordo sul clima, potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova era a basso contenuto di carbonio, frutto di una vera e propria rivoluzione energetica, destinata a mettere in secondo piano le fonti fossili. Nel prossimo futuro dovremmo quindi assistere a uno sviluppo massiccio delle fonti rinnovabili e a nuove modalità di utilizzo dell’energia. Il valore principale dell’accordo sta nel fatto che per la prima volta nella storia tutti i Paesi del mondo (195 i Paesi firmatari) hanno deciso di muoversi insieme verso la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra per mantenere l’innalzamento della temperatura del pianeta “ben al di sotto” dei 2°C, cercando di rispettare la soglia di 1,5°C. E per ottenere questo risultato hanno condiviso la necessità di raggiungere il picco delle emissioni prima possibile, per intraprendere poi un percorso continuo di riduzione delle emissioni globali. Prima di Parigi il mondo era diviso, sulla questione, tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo. Una ripartizione netta che non ha più senso di fronte a problemi, come il cambiamento del clima globale, che potrebbero mettere in ginocchio l’economia dell’intero pianeta.parigi4gZ8Qj2 L’accordo di Parigi chiede a tutti i Paesi di assumere impegni di riduzione dei gas serra su base volontaria, con contributi determinati a livello nazionale sulla base delle proprie capacità. Tali impegni verranno rivisti su base quinquennale per eliminare il ritardo accumulato che, al momento, porta il mondo dritto alla prospettiva di un futuro con un innalzamento della temperatura pari a 2,7°C. Già nel 2018 verrà aperto un confronto per capire come chiudere il gap. Ridurre le emissioni vuol dire anche applicare nuove tecnologie e avere la disponibilità economica per farlo. Per i Paesi più poveri l’accordo prevede meccanismi in grado di facilitare il trasferimento di tecnologie pulite e conferma ed estende il supporto finanziario già previsto a Copenaghen nel 2009. Oltre ai 100 miliardi all’anno entro il 2020 dovranno essere previsti ulteriori aiuti per gli anni futuri. Per dare credibilità a un accordo globale è però anche necessario assicurare meccanismi trasparenti di controllo in grado di verificare che gli impegni presi siano poi realmente attuati. Questo è stato un nodo particolarmente critico. Molti sono i dettagli tecnici interessanti dell’accordo, ma vale forse la pena di soffermarsi in particolare su uno, che ha visto continue modifiche nelle diverse versioni. Si tratta del riconoscimento della necessità di arrivare al massimo nella seconda parte del secolo ad un’economia a emissioni zero di carbonio. Ciò era richiesto in modo esplicito nella prima bozza dell’accordo, per essere poi mutato in una non ben definita carbon neutrality nella seconda. Il concetto è invece completamente sparito nell’ultima versione, sembra per pressioni dei Paesi produttori di petrolio. In compenso nella versione finale è stata invece affermata l’importanza di introdurre un prezzo alla CO2, probabile stimolo per una maggiore diffusione in futuro di una carbon tax2015-12-12-1449947584-3194962-22988498043_17711337e7_zParigi è stata un successo per l’Unione Europea, troppo spesso additata in passato per un comportamento eccessivamente timido. Lasciata addirittura nell’angolo ai tempi di Copenhagen, l’UE è riuscita a creare un’alleanza, l’High Ambition Group, con i Paesi più deboli di quelli in via di sviluppo, con l’intento di togliere la sabbia sotto i piedi a Cina e India nel blocco del G77. Il nuovo gruppo si è consolidato attorno alla volontà di incrementare il livello di ambizione dell’accordo e a Parigi è poi riuscito ad ottenere la partecipazione di USA, Brasile, Canada e Australia. Un grosso blocco di Paesi sviluppati e in via di sviluppo che ha fatto la differenza e ha facilitato la costruzione dell’accordo finale.

 

 

Inquinamento dell’aria in Europa: peggio di quanto pensiamo

7 dicembre 2015
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smog-in-citta-2Mentre è in corso a Parigi la Conferenza sul Clima, forse la più cruciale dall’inizio del percorso nel lontano 1992, alcuni dati sullo stato dell’inquinamento atmosferico in Europa sollevano un nuovo e preoccupante allarme. Certamente l’aria in Europa non è oggi aggressiva come lo era una volta, e lo è sicuramente molto meno che in Cina o in India. Il declino industriale e le politiche per l’aria pulita avviate a partire dagli anni ’50 hanno abbassato molto, negli ultimi decenni, i livelli di alcuni inquinanti come il diossido di zolfo, le polveri sottili e l’ossido di azoto. Eppure, secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, ancora più 400mila Europei muoiono prematuramente ogni anno a causa dell’inquinamento atmosferico. Nel 2010, i costi sanitari connessi con i danni alla salute da inquinamento atmosferico sono stati stimati tra 330 e 940 miliardi di euro, una quota che oscilla tra il 3% e il 7% del PIL europeo. Nove su dieci Europei residenti in città sono esposti a tassi di inquinamento superiori ai livelli di guardia indicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. I livelli più alti di biossido di azoto sono registrati a Londra. Alcune città turche sono al top per i livelli di PM10. Ma i livelli peggiori di inquinamento atmosferico si registrano in Est Europa, dove sono ancora attive centrali a carbone e dove si convogliano alcuni flussi di inquinamento provenienti da altri Paesi europei.

Negli anni ’50 l’inquinamento dell’aria era un killer visibile, tangibile. Il grande smog londinese del 1952 ha fatto la storia. Per trovare la strada di casa, i londinesi dovevano attaccarsi alle ringhiere. Migliaia di morti hanno spinto la politica ad approvare il Clean Air Act nel 1956. Negli anni ’70 le piogge acide hanno rappresentato un altro fenomeno tangibile capace di generare contro-misure politiche e legislative. Ma oggi l’inquinamento dell’aria è quasi invisibile e non è quindi un tema di particolare attenzione politica. In alcuni casi le misure per l’abbattimento dei gas serra hanno prodotto effetti negativi per lo stato dell’ambiente atmosferico. Così è per i veicoli diesel: emettono meno CO2, ma producono emissioni dannose per l’aria, a volte anche più di quanto i test lasciano intendere, come mostra il caso Volkswagen. L’altro problema riguarda l’agricoltura. Le emissioni di ammoniaca da questo settore producono particolato, cioè polveri sottili, ma c’è una forte resistenza ad applicare normative stringenti agli agricoltori.

Insomma, mentre resta alta l’attenzione della politica sull’andamento del clima, non lo è abbastanza sullo stato dell’ambiente atmosferico. La salute dei cittadini europei è a rischio e il problema non è locale, ma globale. Occorre riportare il tema al centro della sensibilità civica e istituzionale. (The Economist, December 5th-11th 2015)

Un campo di grano a Milano Porta Nuova

2 marzo 2015
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grano a milano grano a Milano3 granoa  Milano 5 semina_656_512x384A luglio 2015 si raccoglierà il grano a Milano. Dove? In un campo da cinque ettari nell’area di Porta Nuova tra i grattacieli Unicredit,  piazza Gae Aulenti e le due torri del Bosco Verticale di Stefano Boeri, premiato come grattacielo più bello al mondo. E’ un’installazione di land art dell’americana Agnes Denes già realizzata  a New York nel 1982. A novembre su quel terreno sarà edificato il parco Biblioteca degli Alberi. In attesa della partenza dei lavori, Hines Italia SGR con Fondazione Riccardo Catella, Trussardi e Confagricoltura,  ha deciso di occupare l’area interessata per renderla più green durante i mesi di Expo, in linea con il tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Alla semina di sabato 28 febbraio hanno partecipato in tanti, dalle tremila alle cinquemila persone: abitanti del quartiere Isola, famiglie con bambini, curiosi da altre zone della città. Tra grattacieli e ruspe, alcuni volontari distribuivano una coppetta in materiale ecologico con una manciata di semi: dopodiché si dovevano mettere pochi alla volta in buche scavate con un bastone di legno. “Abbiamo scelto un grano “marzilino”, che si semina in questo periodo: nel giro di un mese avrà il “pelume” verde. A luglio ci sarà la trebbiatura e i milanesi saranno coinvolti in quel lavoro che facevano i loro antenati”, ha spiegato Guido Folonari di Confagricoltura. Sul terreno verrà piantata anche l’erba medica – più corta del grano – così che da luglio a ottobre non resti spoglio. In una parte dello spazio sarà inoltre portato avanti un esperimento di giardino condiviso: un grande prato, un orto di 100 metri quadri e un parco per bambini gestito da ADA Stecca e dalla comunità del quartiere Isola. Gli interventi di conversione dell’area hanno notevolmente influito sul mercato immobiliare, che registra (dati Casa.it) un aumento della domanda di abitazioni nell’area di Porta Nuova del 12,3 per cento. I prezzi sono tutt’altro che contenuti: si va dai 7.000 ai 13.000 euro al metro quadrato. Sabato 11 aprile, insieme a Wheatfiled sono state inaugurate le altre tappe di MiColtivo -The Green Circle, percorso dedicato all’agricoltura urbana: un Infopoint sull’opera e un orto didattico di 4.000 mq presso la Fondazione Riccardo Catella.

Human Smart City: progetto pilota di vicinato intelligente

2 novembre 2014
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Quarto Gardening in azione

Quarto Gardening in azione

Super-interessante il  progetto pilota My Neighbourhood-MyCity  promosso e co-finanziato dall’Unione Europea su fondi del programma CIP (Competitività e Innovazione) per la visione innovativa di Smart City che propone. Il concept di base è la considerazione del fattore umano a pari merito con le nuove tecnologie nei processi di rigenerazione urbana, attivando lo sviluppo di una Human Smart City. La visione proposta è quella di un rinascimento urbano che parte dal basso, dalla dimensione comunitaria e di quartiere, riconoscendo l’importanza vitale dei rapporti di vicinato e di solidarietà fra membri di uno stesso nucleo abitato nel sostenere la capacità delle famiglie e delle persone di resistere alle avversità e a crisi sociali anche gravi. L’ipotesi di lavoro, attualmente in fase di sperimentazione in quattro contesti urbani abbastanza eterogenei fra loro (Aalborg in Danimarca, Birmingham nel Regno Unito, Lisbona in Portogallo e il quartiere di Quarto Oggiaro in comune di Milano), è che l’intervento pubblico sulle emergenze sociali e di protezione dai rischi legati alla convivenza civile in condizioni di particolare degrado possa essere significativamente migliorato grazie all’uso di un mix fra tecnologie ICT e metodologie di codesign partecipato di servizi capace di riportare alla luce lo spirito solidaristico e il clima di rispetto e fiducia un tempo riscontrabili con maggiore intensità negli stessi contesti urbani.

In particolare nel Comune di Milano (con l’Amministrazione coinvolta come partner nel consorzio europeo, assieme al Politecnico di Milano e a un team ICT coordinato da Ricardo Stocco) le attività condotte da progetto sono state:

  • Il rinnovamento delle forme e modalità di presenza dell’Amministrazione comunale all’interno del quartiere degradato di Quarto Oggiaro, attraverso una collaborazione molto concreta con l’associazionismo, gli esercizi di vicinato, le scuole e soprattutto i nuclei familiari e i singoli residenti, spesso appartenenti a gruppi di immigrazione;
  • Una co-progettazione partecipata di servizi, con due iniziative di innovazione organizzate e gestite dal basso, Quarto Food Club – servizio ristorazione offerto alle persone anziane con il coinvolgimento degli studenti dell’Istituto Alberghiero presso i locali della scuola, e Quarto Gardening per il miglioramento e la manutenzione delle aree verdi nel quartiere grazie al supporto degli studenti dell’Istituto Agrario assieme ai residenti;
  • L’integrazione di un preesistente servizio di comunicazione di quartiere,  QuartoWeb, che oltre a varie funzionalità di tipo “social” consente ora a chiunque ne abbia interesse di geo-referenziare le proprie iniziative e invitare altri utenti della piattaforma a collaborare a progetti di interesse comune.
Quarto Food Club in azione

Quarto Food Club in azione

Le attività di progetto stanno continuando con successo sia a Milano sia nelle altre aree urbane europee, e si stanno creando le condizioni per estendere le sperimentazioni pilota anche ad altri quartieri delle stesse città. Ad esempio a Milano nell’area di Via G.B. Morgagni e dintorni.

La piattaforma MyNeibourhood è open e:

1) combina i dati e le funzionalità delle Apps esistenti sulle informazioni nelle città (come MyCityWay, Foursquare) con nuovi strumenti che rafforzano i legami tra le persone in contesti locali sia online sia nella realtà, con nuovi strumenti che connettono le persone sia on sia offline;

2) usa le tecniche della gamification per incoraggiare le persone e coinvolgere maggiormente nei progetti per il loro quartiere.

 

Cina: ambiente e povertà per misurare la qualità della vita

19 agosto 2014
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china-construction-tower_sha1182_37329161Secondo il Financial Times, quest’anno la Cina supererà gli Stati Uniti come prima potenza economica. Il Pil della Cina (calcolato a parità di potere d’acquisto) nel 2014 sarà maggiore di quello degli Usa, da quasi 150 anni prima potenza mondiale. Soltanto nel 2005, secondo la Banca Mondiale, il Pil cinese valeva la metà di quello statunitense. Eppure proprio dalla Cina, sempre secondo il Financial Times, arrivano i primi segnali concreti di una strategia che si lascia alle spalle la crescita economica ad ogni costo per incoraggiare una migliore qualità della vita. Che la ricchezza non basti a misurare il benessere non è una novità, né lo sono vari tentativi nel mondo di sostituire il Pil con altre misurazioni, come quella della felicità scelta dal Bhutan. Ma è significativo che sia ora la Cina a muoversi, con oltre 70 città e distretti che hanno abbandonato il Prodotto interno lordo come misura di performance locale. I vertici del partito l’hanno stabilito alla fine dell’anno scorso e il premier Xi Jinping l’ha ribadito in giugno: “Non possiamo più usare il semplice Pil per decidere chi sono i più bravi”. I funzionari governativi stanno assimilando il contrordine: ora chiedono l’attenzione all’ambiente e la riduzione della povertà, proprio mentre l’Ocse progetta di sostituire il Pil con il suo Better Life Index.  L’esempio viene da Fujian, provincia costiera finora concentrata sulla movimentazione delle esportazioni e il manifatturiero, che in agosto ha annunciato di sostituire il Pil con indici sull’agricoltura e la protezione dell’ambiente in 34 dei suoi distretti. Nei mesi scorsi è stata la volta di Hebei, distretto siderurgico a nord di Pechino, e Ningxia, regione povera del nord est della Cina. A Hebei l’obiettivo è ora quello di ridurre le fabbriche inquinanti che impattano anche su Pechino. Le aree di Guangxi, Guangdong e Jiangxi hanno a loro volta rallentato la corsa alla crescita del Pil e incoraggiano terziario e primario, con servizi, allevamenti e trasformazione non industriale dei suoi prodotti. Nella provincia del Sichuan, la più popolata della Cina, il governo locale ha diviso città e campagne in due differenti gruppi di valutazione. Il regolamento, pubblicato a fine giugno, spiega che 58 distretti con buoni eco-sistemi sono stati esentati dalla valutazione del Pil. Le prossime valutazioni del progresso locale verranno fatte su due parametri: la misurazione degli acri di foresta conservati e quella della diminuzione del tasso di povertà conseguita. Nel frattempo, la regione del Xinjiang ha cambiato obiettivi: protezione della natura anche lì. E la stessa Pechino ora si vanta di aver chiuso nel primo semestre dell’anno ben 213 aziende inquinanti. In più, settori “puliti” come tecnologia informatica e servizi finanziari hanno coperto più del 50% della crescita del Pil cittadino. Allo studio anche un piano di lotta alla povertà e per lo sviluppo rurale, con l’obiettivo di ridurla a zero entro il 2020, mentre la Agricultural University di Hebei lavora su povertà e turismo.